PROGETTO @SCO: Predire il rischio di demenza in Medicina Generale, il Dementia Risk Score

La gestione del paziente con demenza è un tema di primaria importanza per il MMG, soprattutto in considerazione dell’elevata prevalenza della patologia e della mole di cure necessarie. L’ultimo report Health Search ha mostrato che nel 2013 la prevalenza globale delle demenze nella popolazione italiana era il 2,5%, con stime sensibilmente maggiori nelle donne (3,1%) rispetto agli uomini (1,7%). L’analisi per fasce d’età mostrava un trend crescente all’aumentare dell’età, con un marcato aumento dopo i 65 anni e un picco oltre gli 85 anni. Il dato preoccupante è che la prevalenza delle demenze in Italia è praticamente raddoppiata rispetto al 2005 e tutto fa pensare che si andrà incontro ad un incremento ancora più significativo negli anni a venire.

In vista di questa “epidemia” di demenza, risulta cruciale riuscire ad identificarne i fattori causali e magari correggerli prima che portino all’instaurarsi di un deficit cognitivo.

Pertanto, negli ultimi anni vi è stata una forte spinta a mettere a punto test cognitivi, indagini radiologiche avanzate o biomarker in grado di anticipare la diagnosi di demenza più precocemente possibile, magari già in fase preclinica. Ci sono però alcune critiche da sollevare nei confronti di questa tendenza all’anticipazione diagnostica. Infatti ricordiamo che, allo stato attuale delle cose, non esiste una terapia in grado di contrastare efficacemente il progredire delle demenze primarie. I farmaci attualmente disponibili hanno scarsa efficacia e, a fronte di elevati costi per il SSN offrono, nella migliore delle ipotesi portano soltanto a un rallentamento di pochi mesi dell’avanzare della malattia. Si dovrebbe poi considerare anche il risvolto etico del predire con largo anticipo una demenza ad un paziente, quando poi non vi sono strumenti efficaci per contrastarla.

Questa ricerca esasperata della diagnosi precoce corre il rischio di avere quale principale esito la medicalizzazione della vecchiaia, ossia trasformare in patologia il normale decadimento delle funzioni cerebrali correlate all’età. Abbassare il cut-off tra normale senescenza e condizioni patologiche avrebbe quale unici beneficiari i detentori di qualche brevetto diagnostico o farmaceutico, senza portare reale beneficio al paziente e nel contempo svuotando le casse del SSN. Paradossalmente invece non si è fatto abbastanza per incentivare pochi semplici comportamenti virtuosi che porterebbero concreti benefici nel campo della prevenzione, forse proprio per la mancanza della spinta commerciale. Medici e pazienti continuano ad essere troppo tolleranti nei confronti dei comuni fattori di rischio alla base delle demenze, per poi preoccuparsi solo quando il deficit cognitivo è ormai instaurato. Se è vero che oltre un terzo dei casi di demenze si possono prevenire semplicemente intervenendo sui fattori di rischio cerebro-cardio-vascolari e metabolici, allora il MMG ha il dovere morale di fare prevenzione e di sensibilizzare in tal senso i propri pazienti. Ottenere un buon controllo dei valori pressori e glicemici, promuovere l’astensione dal fumo e la correzione dell’obesità, instaurare adeguata terapia anticoagulante in pazienti fibrillanti cronici, evitare l’abuso di benzodiazepine sono semplici misure che possono essere messe in atto ogni giorno come parte della normale attività clinica, senza costosi esami o pratiche indaginose.

L’algoritmo messo a punto in questo studio permette di identificare i pazienti ad elevato rischio di sviluppare demenza semplicemente sulla base dei fattori di rischio memorizzati nella cartella elettronica. L’incorporazione nei più diffusi sofware gestionali permetterebbe con un singolo click di avere una stima attendibile, senza dover ricorrere a elaborati questionari o monitoraggi seriati. Si potrebbe cosi ottenere una “carta del rischio” di demenza cosi come è ormai consuetudine per il rischio cardiovascolare. Ciò permetterebbe di identificare gli individui che con maggiore probabilità svilupperanno una demenza nei prossimi cinque anni e di indirizzarli a specifici programmi mirati, secondo la metodologia del case finding. Queste semplici misure di prevenzione, messe in atto per tempo, possono avere un enorme impatto migliorando drasticamente la qualità degli ultimi 20 anni di vita dei nostri pazienti.

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